Sabato 22 agosto 2026
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Cara ADUC

Corso di formazione venduto in videocall: come uscire dal contratto senza penali

22 agosto 2026
Domanda 22 agosto 2026
Il 21 aprile 2026 mia moglie ha acquistato un percorso formativo dopo una videoconsulenza commerciale alla quale ero presente.
Durante la call il servizio è stato presentato come un percorso altamente personalizzato, con affiancamento costante da parte di professionisti del marketing, della comunicazione, della strategia commerciale e con una mentor dedicata. L'impressione trasmessa era quella di un servizio costruito sulle esigenze del singolo artista e non di un semplice corso online.
Inizialmente è stato proposto un percorso annuale da €9.000. Dopo aver dichiarato di non potersi permettere tale importo, è stata proposta una versione da sei mesi a €4.500. Quando mia moglie ha chiesto tempo per riflettere, le è stato detto che il prezzo agevolato era valido esclusivamente durante quella videocall, inducendola ad accettare immediatamente.
È stato richiesto il pagamento immediato di un acconto di €1.800, oltre a quattro rate da €675. Solo dopo il pagamento sono stati inviati il riepilogo del servizio, la descrizione dettagliata delle prestazioni e i termini contrattuali. Per accedere al corso è stato inoltre necessario completare un onboarding con ulteriori accettazioni.
Dopo le prime settimane mia moglie ha riscontrato notevoli differenze rispetto a quanto prospettato durante la vendita: prevalenza di contenuti preregistrati, incontri individuali limitati a 30 minuti, supporto limitato tra le sessioni, tempi di risposta elevati e un livello di personalizzazione molto inferiore alle aspettative create.
Ha manifestato fin da subito la propria insoddisfazione chiedendo chiarimenti. Dopo aver versato anche la prima rata, ha inviato una contestazione formale descrivendo le difformità riscontrate.
Pur ritenendo il servizio non conforme alle aspettative generate in fase di vendita, non ha richiesto la restituzione delle somme già pagate. Ha semplicemente proposto di interrompere consensualmente il rapporto, lasciando alla società quanto già incassato, disattivando l'account e annullando le rate residue.
La società ha respinto la proposta sostenendo che tutte le caratteristiche del servizio erano indicate nella documentazione inviata dopo il pagamento e nei termini contrattuali. Una successiva videocall non ha portato ad alcuna soluzione.
Alleghiamo la documentazione (corrispondenza, riepilogo acquisto, termini contrattuali, fatture e ricostruzione dei fatti) e chiediamo un parere sui seguenti aspetti:
Se sia possibile interrompere il contratto senza corrispondere le rate residue.
Quali siano i rischi concreti derivanti dalla sospensione dei pagamenti.
Se le modalità di vendita e di gestione del contratto possano integrare profili rilevanti ai fini della tutela del consumatore.
Quale procedura consigliate per chiudere definitivamente il rapporto limitando ogni possibile conseguenza futura.
Ringraziamo anticipatamente per l'attenzione e restiamo a disposizione per eventuali chiarimenti.
William

Risposta ADUC
Gentile William,

sulla possibilità di interrompere senza pagare le rate residue: il contratto sottoscritto (che qualifica il rapporto come B2C, quindi soggetto al Codice del Consumo per la parte non derogabile) prevede una clausola penale che, in caso di risoluzione per fatto del cliente, farebbe trattenere l'intero corrispettivo. Tuttavia questa clausola presuppone che l'interruzione sia imputabile alla consumatrice per libera scelta, e non un inadempimento della controparte. Se, come descritto, il servizio erogato risulta effettivamente molto difforme da quanto rappresentato in fase di vendita rispetto a caratteristiche essenziali (personalizzazione, natura dell'affiancamento, modalità operative), si può sostenere che sia la controparte ad essere inadempiente, e in tal caso sarebbe la consumatrice ad avere diritto alla risoluzione per inadempimento del venditore, con possibile eccezione di inadempimento anche rispetto alle rate non ancora scadute (articolo 1460 del Codice Civile). Si tratta però di una valutazione che spetta eventualmente al giudice: la sola narrazione della consumatrice, per quanto circostanziata, si scontra con una ricostruzione della controparte che nega punto per punto le difformità lamentate, portando riscontri documentali (durate delle sessioni, questionario di gradimento, comportamento successivo alla richiesta di recesso). Un giudice valuterebbe entrambe le versioni.

Un punto merita attenzione specifica: la clausola che esclude il diritto di recesso di 14 giorni facendo leva sull'erogazione di contenuti digitali con consenso espresso all'esecuzione immediata. Questa esclusione, prevista dal Codice del Consumo, riguarda propriamente i contenuti digitali forniti su supporto non materiale (art. 59 lettera o) del Codice del Consumo), non l'intero pacchetto di sessioni di coaching individuale erogate da un professionista in un arco di sei mesi, che ha natura di prestazione di servizi personalizzata e continuativa, non di semplice fornitura di contenuto digitale. L'applicazione di quella esclusione a un servizio così strutturato appare quantomeno forzata, e la sua legittimità potrebbe essere contestata: se il recesso fosse stato esercitato nei 14 giorni dalla conclusione del contratto (21 aprile), avrebbe potuto valere a prescindere dalla clausola. Ad oggi però questo termine è ampiamente decorso, quindi il diritto di recesso "puro" non è più esercitabile: resta rilevante solo ai fini della valutazione della correttezza commerciale complessiva.

Sui rischi concreti della sospensione dei pagamenti: la controparte potrebbe agire per il recupero delle rate residue, anche tramite decreto ingiuntivo, oppure trattenere quanto già versato invocando la penale contrattuale. Se il pagamento rateale avviene tramite addebito automatico su carta, è opportuno comunicare per iscritto alla banca/gestore la revoca dell'autorizzazione agli addebiti futuri, oltre a un'eventuale contestazione degli addebiti già avvenuti se ritenuti indebiti, ma questo non impedisce che la società richieda comunque il pagamento con altri mezzi legali.

Sulle modalità di vendita: la pressione a decidere seduta stante, la mancata visione del contratto prima del pagamento e la ricezione dei termini completi solo dopo l'acconto sono elementi che possono effettivamente rilevare come pratica commerciale scorretta ai sensi del Codice del Consumo, se questa modalità è sistematica e diretta alla generalità dei clienti (non un singolo episodio contrattuale). Su questo aspetto vi consigliamo di valutare, indipendentemente dalla vicenda contrattuale, una segnalazione all'Antitrust (AGCM), che può intervenire se riscontra una pratica commerciale scorretta reiterata verso i consumatori.

Sulla procedura da seguire: raccomandiamo di formalizzare la posizione tramite raccomandata A/R o PEC (non solo email semplice, per avere data certa), contestando puntualmente l'inadempimento contrattuale e la scorrettezza della clausola di esclusione del recesso, chiedendo la risoluzione per inadempimento della controparte e riservandosi ogni azione. Dopodiché, se non otterrete quanto richiesto, sarà necessario rivolgersi ad un proprio legale di fiducia e agire in giudizio.

Per approfondire: la nostra scheda sul nuovo Codice del Consumo e le regole per beni e servizi digitali
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