Cara ADUC
Lettera del consumatore
Domanda
19 luglio 2002
Cara ADUC, riferisco, cercando di ripercorrere le tappe cronologiche, la brutta vicenda in cui mi sono trovata coinvolta, dopo aver deciso di acquistare un appartamento dalla Romana Costruzioni s. r. l. di Teramo.
In data 27 luglio 1996, dopo aver trattato con il signor Ercole De Berardis, marito dell'amministratore unico della riferita societa', stipulavo un preliminare di vendita, accollandomi una quota parte del mutuo ipotecario, pari a £. 70.000.000, concesso alla Romana Costruzioni s. r. l. dall'Istituto Italiano di Credito Fondiario, avente sede in Roma, alla via Piacenza 6.
In data 5 marzo 1997, di fronte al notaio De Galitiis di Atri (Te), stipulavo l'atto di compravendita e, siccome mi era stato possibile versare alla societa' una somma maggiore rispetto a quella pattuita, l'accollo della quota parte di mutuo veniva ridotto, in quella sede, a £. 60.000.000.
In data 17 marzo 1997 l'atto pubblico veniva registrato presso l'Ufficio del Registro di Atri al n. 172, parte IV, e trascritto, il giorno successivo, presso la Conservatoria Immobiliare di Teramo al n. 3125 Reg. Gen., nonche' al n. 2310 Reg. Part..
In attesa che il mutuo venisse frazionato, provvedevo a versare al De Berardis, cosi' come gli altri condomini, due quote semestrali dovute alla banca (circa 3.600.000 l'una), dietro rilascio di regolare ricevuta.
Nel gennaio 1998, la banca inviava a tutti gli altri condomini, tranne che a me, i bollettini per il pagamento delle successive quote semestrali. Insospettita, chiedevo spiegazioni all'imprenditore che, dopo aver tergiversato, finiva per ammettere che sulla mia abitazione gravava in realta' un'ipoteca di £. 200.000.000, somma cosi' determinata in seguito al frazionamento del mutuo effettuato in data 30 maggio 1997.
Il notaio rogante, interpellato al riguardo, ammetteva di aver rispettato un ordine dell'imprenditore e di non aver notificato l'atto pubblico all'Istituto bancario. Solo dietro mia insistenza, notifichera' l'atto in data 14 gennaio 1998.
A questo punto, decidevo di recarmi all'Istituto di Credito Fondiario e il funzionario, senza nemmeno darsi peso di aprire la pratica per fornirmi spiegazioni dettagliate, m'invitava a risolvere la faccenda direttamente con il De Berardis.
Solo dopo molti mesi, e grazie ad una conoscenza privata che riusciva a fissarmi un appuntamento con il Presidente e il Direttore dell'Istituto, scoprivo finalmente che l'ipoteca gravante sulla mia abitazione trovava la sua fonte non nell'atto pubblico regolarmente trascritto, ma semplicemente in una copia dell'atto preliminare, inviata via fax dal De Berardis all'Istituto, visibilmente contraffatta nella parte relativa alle somme dovute e all'accollo di mutuo. In quello stesso giorno chiedevo che l'ipoteca venisse ridotta all'originaria somma convenuta, cosi' come indicata nell'atto trascritto in data 18 marzo 1997, specificando che la trascrizione era comunque avvenuta in data anteriore al frazionamento del mutuo.
Dopo aver ribadito tale richiesta con corrispondenza successiva, l'Istituto, con nota del 16 marzo 1999, precisava che lo stesso "e', e deve rimanere, estraneo alle convenzioni intercorse fra il mutuatario originario e i suoi aventi causa e che, quindi, e' inopponibile all'Istituto (...) quanto pattuitosi in ordine all'accollo o meno di quote di mutuo".
Nel frattempo, l'Istituto procedeva al pignoramento della mia abitazione.
Cosi' riassunta la vicenda, spero possiate comprendere la mia disperazione, derivante dalla netta sensazione di vivere in un incubo.
L'accollo di mutuo e' stato operato senza il mio consenso e, nonostante le mie giustificate proteste, continuano ad affermare che tutto cio' rientra nella normalita'. Secondo l'istituto bancario non ho molta scelta, o riesco a far pagare al De Berardis (che non ne ha assolutamente voglia, anche perche' versa in cattivissime acque) cio' che ho gia' versato o mi arrangio e, per evitare che la mia abitazione venga venduta all'asta, mi assumo un debito che non sono assolutamente in grado di fronteggiare.
Continuo a domandarmi se il compratore puo' essere cosi' facilmente raggirato.
L'Istituto bancario poteva, basandosi su un fax, peraltro maldestramente artefatto, iscrivere un'ipoteca sulla mia abitazione o avrebbe dovuto almeno richiedere una copia dell'atto conforme all'originale?
E comunque, pur sapendo che un preliminare di vendita era intercorso tra me e la societa', perche' l'Istituto non si e' mai degnato di controllare se un successivo atto pubblico fosse stato stipulato?
Nell'attesa di una risposta, ringrazio.
In data 27 luglio 1996, dopo aver trattato con il signor Ercole De Berardis, marito dell'amministratore unico della riferita societa', stipulavo un preliminare di vendita, accollandomi una quota parte del mutuo ipotecario, pari a £. 70.000.000, concesso alla Romana Costruzioni s. r. l. dall'Istituto Italiano di Credito Fondiario, avente sede in Roma, alla via Piacenza 6.
In data 5 marzo 1997, di fronte al notaio De Galitiis di Atri (Te), stipulavo l'atto di compravendita e, siccome mi era stato possibile versare alla societa' una somma maggiore rispetto a quella pattuita, l'accollo della quota parte di mutuo veniva ridotto, in quella sede, a £. 60.000.000.
In data 17 marzo 1997 l'atto pubblico veniva registrato presso l'Ufficio del Registro di Atri al n. 172, parte IV, e trascritto, il giorno successivo, presso la Conservatoria Immobiliare di Teramo al n. 3125 Reg. Gen., nonche' al n. 2310 Reg. Part..
In attesa che il mutuo venisse frazionato, provvedevo a versare al De Berardis, cosi' come gli altri condomini, due quote semestrali dovute alla banca (circa 3.600.000 l'una), dietro rilascio di regolare ricevuta.
Nel gennaio 1998, la banca inviava a tutti gli altri condomini, tranne che a me, i bollettini per il pagamento delle successive quote semestrali. Insospettita, chiedevo spiegazioni all'imprenditore che, dopo aver tergiversato, finiva per ammettere che sulla mia abitazione gravava in realta' un'ipoteca di £. 200.000.000, somma cosi' determinata in seguito al frazionamento del mutuo effettuato in data 30 maggio 1997.
Il notaio rogante, interpellato al riguardo, ammetteva di aver rispettato un ordine dell'imprenditore e di non aver notificato l'atto pubblico all'Istituto bancario. Solo dietro mia insistenza, notifichera' l'atto in data 14 gennaio 1998.
A questo punto, decidevo di recarmi all'Istituto di Credito Fondiario e il funzionario, senza nemmeno darsi peso di aprire la pratica per fornirmi spiegazioni dettagliate, m'invitava a risolvere la faccenda direttamente con il De Berardis.
Solo dopo molti mesi, e grazie ad una conoscenza privata che riusciva a fissarmi un appuntamento con il Presidente e il Direttore dell'Istituto, scoprivo finalmente che l'ipoteca gravante sulla mia abitazione trovava la sua fonte non nell'atto pubblico regolarmente trascritto, ma semplicemente in una copia dell'atto preliminare, inviata via fax dal De Berardis all'Istituto, visibilmente contraffatta nella parte relativa alle somme dovute e all'accollo di mutuo. In quello stesso giorno chiedevo che l'ipoteca venisse ridotta all'originaria somma convenuta, cosi' come indicata nell'atto trascritto in data 18 marzo 1997, specificando che la trascrizione era comunque avvenuta in data anteriore al frazionamento del mutuo.
Dopo aver ribadito tale richiesta con corrispondenza successiva, l'Istituto, con nota del 16 marzo 1999, precisava che lo stesso "e', e deve rimanere, estraneo alle convenzioni intercorse fra il mutuatario originario e i suoi aventi causa e che, quindi, e' inopponibile all'Istituto (...) quanto pattuitosi in ordine all'accollo o meno di quote di mutuo".
Nel frattempo, l'Istituto procedeva al pignoramento della mia abitazione.
Cosi' riassunta la vicenda, spero possiate comprendere la mia disperazione, derivante dalla netta sensazione di vivere in un incubo.
L'accollo di mutuo e' stato operato senza il mio consenso e, nonostante le mie giustificate proteste, continuano ad affermare che tutto cio' rientra nella normalita'. Secondo l'istituto bancario non ho molta scelta, o riesco a far pagare al De Berardis (che non ne ha assolutamente voglia, anche perche' versa in cattivissime acque) cio' che ho gia' versato o mi arrangio e, per evitare che la mia abitazione venga venduta all'asta, mi assumo un debito che non sono assolutamente in grado di fronteggiare.
Continuo a domandarmi se il compratore puo' essere cosi' facilmente raggirato.
L'Istituto bancario poteva, basandosi su un fax, peraltro maldestramente artefatto, iscrivere un'ipoteca sulla mia abitazione o avrebbe dovuto almeno richiedere una copia dell'atto conforme all'originale?
E comunque, pur sapendo che un preliminare di vendita era intercorso tra me e la societa', perche' l'Istituto non si e' mai degnato di controllare se un successivo atto pubblico fosse stato stipulato?
Nell'attesa di una risposta, ringrazio.
Risposta ADUC
poiche' l'atto risulta trascritto antecedentemente al frazionamento, riterremmo che la questione possa essere risolta in altro modo. Tuttavia, se si e' giunti al pignoramento, parrebbe che gli impegni stipulati in sede di accollo siano stringenti e che conseguentemente -non smentiti dal rogito- la obbligassero gia' precedentemente. Per quanto, un caso del genere ci pare strano: eppure, sembra improbabile che la banca abbia emesso degli atti sulla base di un fax e che un giudice abbia convalidato tale posizione consentendo il pignoramento. Questo e' il punto piu' preoccupante: possiamo solo consigliarle di far studiare gli atti ad un legale.
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