Venerdì 5 giugno 2026
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I gusti gastronomici del gatto

Vitadacani · Redazione ·

Sul cibo, i gatti (non tutti, per carità) hanno gusti difficili. Vediamo allora com’è il loro senso del gusto e come si gioca il loro rapporto con il cibo

 

Mi affascinano sempre i sensi degli altri animali. Insomma, ci sono specie che attraversano il globo basandosi (anche) sul campo magnetico, altre che percepiscono le proprie prede attraverso il calore che emanano. Ma anche i sensi che ci sono più familiari (tatto, olfatto, gusto e vista), in altri animali sono talmente differenti dai nostri da creare per loro un mondo completamente diverso dal nostro. Come ha scritto Ludwig Wittgenstein, «Se un leone potesse parlare, noi non potremmo capirlo».

Alcune delle caratteristiche degli animali che vivono con noi sono ben note e anzi parecchio famose, come l’olfatto del cane. Altre, per quanto molto studiate, sembrano passare un po’ in secondo piano. Per esempio, ci chiediamo mai come percepiscano i sapori?

Dopo aver scritto di un particolare tipo di preferenza alimentare di alcuni cani (tra cui il mio purtroppo), ho pensato potesse essere interessante cercare di capire un po’ meglio i gusti dell’altro comune compagno di vita, il gatto.

 

Senza zucchero, grazie

Il gatto, così trascurato rispetto al cane dalla ricerca veterinaria ed etologica, è stato invece incredibilmente ben studiato per quanto riguarda il suo senso del gusto. Non sono sicurissima delle ragioni (anzi, se qualcuno ha le idee più chiare e ha voglia di farmele sapere, sono benvenute): immagino possa c’entrare il fatto che i gatti sono molto selettivi con il cibo, da cui anche gli interessi commerciali. A questo arrivo; prima però vale la pena fare un quadro di quanto sappiamo sulla loro percezione del gusto dal punto di vista molecolare, perché è interessante.

Intanto: il gatto è un carnivoro obbligato, un aspetto che ha un ruolo chiave nel suo senso del gusto. Perché, come ha dimostrato uno studio del 2005, si lega alla sua assenza di recettori per il dolce. In genere, nei mammiferi, questi recettori sono formati da due proteine, codificate dai geni Tas1r2 e Tas1r3. Nei gatti, il primo di questi geni (Tas1r2) è in realtà uno pseudogene. È farlocco insomma: ha microdelezioni e segnali di stop che non permettono la produzione della proteina corrispondente. Come ha evidenziato un altro studio (guidato da alcuni degli stessi ricercatori del primo), anche in altre specie strettamente carnivore si è verificata, in modo indipendente, questa “pseudogenizzazione”.

 

Proteine, prego

In compenso, i gatti sentono benissimo l’umami, quel sapore entrato tra i gusti fondamentali all’inizio del Novecento e legato a composti presenti nella carne e in altri alimenti ricchi di proteine. Anche qui abbiamo i dettagli genetici e molecolari: nei mammiferi questo gusto è mediato di nuovo da un recettore formato da due proteine, codificate dai geni Tas1r1 e Tas1r3. Nei gatti questi recettori sono ben presenti, con alcune caratteristiche un po’ diverse dalle nostre che rendono particolarmente appetibili alcune molecole (in particolare 11 aminoacidi combinati con un nucleotide). In effetti, secondo lo studio che ha analizzato il senso del gusto per l’umami nel gatto, proprio a queste caratteristiche dei loro recettori si deve la diffusa passione dei gatti per il tonno, che sarebbe da ricondursi almeno in parte agli alti livelli di inosina monofosfato e istidina che contiene. Ma soprattutto, seconda questa ricerca, l’umami risulta proprio il principale gusto appetivo dei gatti.

Infine, conosciamo bene anche il loro gusto dell’amaro. I gatti hanno sette tipi di recettori Tas2r, cioè appunto quelli che permettono (anche a noi) di percepire l’amaro, anche se di nuovo con qualche differenza. La presenza dei recettori per l’amaro nei gatti è abbastanza interessante: secondo alcune ipotesi, la capacità di percepire l’amaro poteva essere legata, dal punto di vista evolutivo, soprattutto alla possibilità di evitare composti tossici nelle piante. Poiché il gatto ingerisce quantità irrisorie di vegetali, ci si sarebbe potuti aspettare che il recettore dell’amaro facesse la stessa fine di quello del dolce. Come scrive il gruppo di ricerca che ha condotto l’analisi funzionale di questi recettori nel gatto, «Nei carnivori obbligati, il mantenimento della funzione dei recettori dell’amaro potrebbe essere dovuto alla presenza di composti amari nelle prede, al ruolo che questi recettori svolgono nella percezione non orale, oppure ad altri fattori ancora sconosciuti».

 

Picky eaters

Tempo fa, durante un’intervista, la veterinaria con cui parlavo mi ha raccontato di avere molti meno casi di intossicazione alimentare nei gatti che nei cani. Non statistica, ma un’osservazione significativa, perché quando si parla di gatti e alimentazione c’è un elemento che spicca ben più della percezione dei sapori: il loro essere spesso parecchio pignoli nei confronti del cibo, da cui anche una minor probabilità di buttar giù qualcosa di tossico.

Sia chiaro, non si può generalizzare troppo: ogni gatto è differente. Ma «È tendenzialmente vero che il gatto è più selettivo del cane. Lo vediamo anche noi, quando forniamo indicazioni per diete casalinghe: per i cani sono pressoché sempre benvenute, mentre nei gatti è quasi più frequente il rifiuto che l’accettazione», commenta Giacomo Biagi, professore all’Università di Bologna e fino al 2021 presidente della Società Italiana di Alimentazione e Nutrizione Animale. «Al di là di come percepiscono i gusti, d’altronde, per i gatti come per noi l’appetibilità è data da diversi elementi, come la temperatura (in genere sono più appetibili alimenti tiepidi o a temperatura ambiente rispetto a quelli freddi) e la consistenza. E, anche se non ci sono evidenze chiare, sembra che anche l’esperienza nei primi mesi di vita possa influenzare i gusti futuri».

Uno studio che ho trovato divertente ha anche analizzato i comportamenti specifici dei gatti nei confronti di cibi graditi e non. Il gruppo di ricerca ha osservato che, per esempio, il leccarsi le labbra è associato al cibo gradito, mentre leccarsi il naso a quello non gradito (insieme a vari altri segnali, come le orecchie tirate indietro e i colpi di coda, classici indicatori di fastidio).

Poi ci sono le preferenze personali: chi rifiuta l’umido, chi i croccantini, chi ama solo alcune marche… «Ciò che rende la vita ardua alle aziende di alimenti per gatti è che difficilmente un singolo gatto apprezza tutte le formulazioni, per cui è necessario differenziare e proporre un ampio ventaglio di gusti, ingredienti e formulazioni per intercettare tutti i possibili acquirenti», continua Biagi.

 

Il dramma del cambio di dieta

Mentre ciò che rende difficile la vita ai proprietari è, spesso, conciliare questi gusti difficili con eventuali cambi di dieta, motivati per esempio da condizioni patologiche, o con l’uso di farmaci o integratori. Tra l’altro, nello studio citato sui comportamenti associati ai cibi, a una parte del campione di gatti era stato proposto un alimento gradito con dentro una pillola nascosta: assai poco sorprendentemente, qui il comportamento associato era lasciar cadere il boccone non appena veniva percepito qualcosa di anomalo.

«In termini pratici, le strategie più efficaci sono basate su un cambiamento graduale dell’alimentazione, aggiungendo man mano quantitativi crescenti del nuovo cibo. Tra l’altro, l’esposizione ripetuta al nuovo alimento è un modo per ridurre quella detta neofobia nei suoi confronti. È anche importante evitare il passaggio in situazioni non confortevoli, per esempio quando il gatto è ricoverato o sofferente», spiega il veterinario. «Proprio per questa ragione, quando possibile, il cambio di alimentazione dovrebbe essere precoce, quando i sintomi sono lievi e il gatto sta globalmente bene, non quando la situazione è già grave».

Tra l’altro, occhio a non farsi ingannare. Comportamento comune e documentato nei gatti è un iniziale interesse e apprezzamento per un alimento nuovo. Poi (di solito quando se n’è comprata una scorta abbondante) sembra non piacere più. Insomma, l’effetto novità c’è, ma dura poco… Perché la selettività del gatto è anche questo: non cercare solo qualcosa che piace, ma qualcosa che sia anche riconosciuto come sicuro e familiare.

 

(Anna Romano, Domestic (is back) - Scienza in Rete del 17/04/2026)

 

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