Giovedì 4 giugno 2026
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Cara ADUC

Lettera del consumatore

16 giugno 2002
Domanda 16 giugno 2002
16 Giu 2002
Oggetto: OGM
Sono convinta che le ricerche sull'utilizzo delle cellule staminali debba andare avanti perche' potrebbero essere utili per la cura di malattie al momento incurabili.
Anche per quanto riguarda lo studio degli OGM in agricoltura non ritengo che vadano posti veti di alcun tipo. La ricerca e' una cosa, la commercializzazione un'altra.
Una cosa mi lascia pero' molto perplessa e cioe' il ritenere che queste tecnologie possano aiutare i paesi con problemi di carestie e quindi che soffrono di carenze alimentari.
Il mio dubbio e' il seguente: le piante modificate geneticamente e quindi anche migliorate per la produttivita', richiedono probabilmente maggiori apporti, p.es. di concime, rispetto ad altre varieta' locali.
Suppongo anche che queste varieta' gm saranno coperte da brevetto e quindi vendute dalle grosse industrie sementiere a costi proibitivi per i paesi poveri.
Inoltre le varieta' locali adattatesi a condizioni difficili per la crescita di altre varieta' della stessa specie, rischiano di andare perdute assieme al loro patrimonio genetico, frutto di una selezione naturale che dura ormai da secoli. Si toglie quindi ai paesi poveri una ricchezza che probabilmente non hanno saputo mai sfruttare e cioe' la valorizzazione delle loro varieta' autoctone. Come al solito mi pare che si stia offrendo il pesce, ma non l'amo per andare a procurarsi il pesce stesso. Anzi in questo caso mi pare che l'amo ci sia gia', non si sia imparato ad usarlo e anzi si sta eliminando l'amo in cambio di un pesce costoso, che arricchira' paesi gia' ricchi.

Risposta ADUC
sono pienamente d'accordo con Lei sul fatto che si debba distinguere tra ricerca e commercializzazione. Cosi' come sono d'accordo sul non porre limiti alla prima e stabilire regole certe alla seconda che garantiscano trasparenza e consapevolezza al consumatore.
Riguardo all'uso degli ogm in agricoltura, credo che anche qui si debbano fare delle distinzioni e che qualunque generalizzazione sia fuorviante.
Giustamente Lei sottolinea dei rischi, connessi con l'introduzione degli Ogm in Paesi non tecnologicamente attrezzati ad essere autosufficienti in questo settore, rimarcando due aSpetti in particolare: la possibile maggiore necessita' di "apporti" delle culture ogm ed il rischio di un asservimento degli agricoltori alle multinazionali sementiere.
Questi due problemi sono indubbiamente seri e reali, ma le loro cause non vanno ricercate nella contrapposizione biologico-biotecnologico (per adottare la terminologia in voga), piuttosto vanno ricondotte alle strategie di mercato ed in ultima analisi alle scelte politiche degli organismi preposti. Non necessariamente una pianta ogm necessita piu' cure di una "bio", puo' anzi essere l'opposto e richiedere meno concime, meno cure, essere adattata alle condizioni climatiche in cui deve essere coltivata etc.
Dipende, da come si applicano e con che scopo si ricorre alle biotecnologie.
E' chiaro che in un mercato monopolistico, certamente favorito dall'atteggiamento pregiudiziale e proibizionista di molti Governi verso le biotecnologie agroalimentari, poco si puo' fare per impedire le speculazioni delle grandi industrie sementiere, sia per quanto riguarda le condizioni soffocanti imposte agli agricoltori, sia per quanto riguarda il tipo di modficazioni genetiche introdotte nelle piante, che con ogni probabilita' corrisponderanno piu' a criteri di guadagno di chi le produce che del consumatore. E' la legge del mercato che sta inducendo le suddette multinazionali a studiare strategie diverse per i mercati "ricchi" ed i mercati "poveri". E' un passo in avanti, che pero' non puo' bastare.
Se invece si intervenisse allargando il mercato, cominciando dal sostenere la massima diffusione della ricerca sulle biotecnologie, non potrebbe che intervenire quel meccanismo di "selezione naturale" (cui tutto soggiace, anche il mercato se si tolgono i protezionismi, e si crea libera competizione, sic!) per cui il contadino, del terzo mondo o della valle del Chianti, potra' scegliere il prodotto (bio o biotech) che piu' si confa' alle sue esigenze (a loro volta determinate dall'ambiente in cui opera e vive), magari andandolo a comprare dal suo vicino invece che in un altro continente.
Ma, ripeto, perche' cio' si realizzi e' necessario fare chiarezza e diffondere informazioni non "politicamente modificate" ad uso e consumo degli interessi di ciascuno. Se no finisce che oltre a non dargli la canna da pesca, facciamo credere al contadino del Terzo (o primo, che' anche lui non va' ingannato) Mondo che e' per difendere il suo interesse che in Italia si promuove l'agricoltura biologica e si chiedono sovvenzioni all'Unione europea, non quelli, legittimi per carita' (ma dichiariamoli senza ipocrisie), del nostro mercato protetto.
Mi rendo conto che il tema richiederebbe piu' approfondimento, ma credo che questa mia risposta sia gia' troppo lunga. Se lo riterra' interessante ed opportuno sarei felice di continuare questa discussione in futuro.
Nel frattempo La saluto cordialmente
Grazia Galli
Consulente scientifico dell'Aduc
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