Giovedì 4 giugno 2026
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Cara ADUC

Lettera del consumatore

26 marzo 2002
Domanda 26 marzo 2002
di seguito vi espongo la mia storia e vorrei un consiglio su cosa fare.
Pemetto che non sono nello stato economico e fisico di potermi permettere lunghi procedimenti legali, grazie per l'interessamento, (vi prego di usare i miei dati in forma assolutamente anonima).
Premessa.
Mi chiamo L.M. ho 69 anni e tre anni fa sono stata colpita da ictus che mi ha lasciato in eredita' un'emiplegia destra con totale perdita della funzionalita' dell'arto superiore e ridotta dell'arto inferiore, sono costretta a deambulare con l'ausilio di un tripode e sono stata riconosciuta invalida al 100%.
Per questo frequento periodicamente il centro AIAS di Pistoia per sedute di fisioterapia.
I fatti.
Il giorno 26 febbraio u.s. accedendo al centro AIAS alle ore 10.00 dall'ingresso laterale che ha una rampa per me piu' facile da percorrere, stavo oltrepassando la porta automatica che si era aperta al mio arrivo quando, forse a causa della mia lentezza, la stessa si richiudeva urtandomi e, perdendo l'equilibrio, sono rovinata a terra, subito soccorsa dai volontari delle Associazioni che si trovavano nell'atrio e avevano assistito alla scena e da mio marito che seguiva a due passi sono stata fatta sedere su una sedia a rotelle e portata al piano superiore.
Li' sono stata esaminata dalla dottoressa G. che, pur sospettando una frattura del femore destro, ha continuato a farmi rimanere seduta: posizione che ha accresciuto notevolmente il dolore che gia' stavo provando, successivamente la dottoressa ha chiesto l'opinione di un collega ed e' stato deciso l'intervento di un'ambulanza per il trasporto all'ospedale, redigendo un "foglietto" che denunciava l'accaduto e riportando come causa della mia caduta le "vertigini", patologia che non annovero fra le mie tante, nonostante che sia io che i presenti avessimo espresso chiaramente l'accaduto.
Giunta al Pronto Soccorso l'infermiera Professionale M.A., incaricata dell'accettazione, letto il "foglietto" e ascoltatami, con l'ausilio della collega e del Medico di turno ha trascritto la mia dichiarazione non considerando quella descritta sul referto della dottoressa G.
Dopo le radiografie sono stata ricoverata in Ortopedia blue per frattura del femore destro. Il lunedi successivo,4 marzo, sono stata sottoposta ad intervento di osteosintesi, durante l'intervento una delle viti che si doveva avvitare nel mio femore e' sfuggita al controllo del Medico e si e' conficcata nei tessuti dell'inguine, dopo vari tentativi il Medico ha desistito dal recupero ritenendolo troppo rischioso, ha terminato l'intervento e quindi suturato.
Lo stesso Medico ha informato mio marito dell'accaduto, minimizzando gli effetti che tale corpo estraneo poteva avere anche in futuro poiche' si era conficcato nei tessuti molli e probabilmente non avrebbe mai piu' dato alcun fastidio.
La spiegazione ci aveva convinto poco.
Confidavamo in un esame ecografico per avere la certezza del posizionamento "innocuo", tale esame nonostante ripetute richieste non veniva effettuato e tre giorni dopo, giovedi 7, durante la visita mattutina il Medico di turno annuncio' le mie dimissioni per il sabato successivo. Il disagio mio e di mio marito aumentava, ci chiedevamo come potevano dimettermi senza sapere se quella vite fosse in una posizione rischiosa o meno, pensando comunque che tale oggetto dovesse essere rimosso al piu' presto, parlammo con un nostro conoscente a sua volta conoscente di un medico del reparto e finalmente fu possibile eseguire la sospirata ecografia.
Il pomeriggio dello stesso giorno arrivo' in stanza una infermiera con una sedia a rotelle per il trasporto nel reparto ecografia, mio marito si oppose fermamente al mio trasporto in sedia a rotelle e, dopo essersi informata meglio con gli infermieri di reparto, l'infermiera apprese che avrebbe dovuto usare il letto data la vicinanza dell'intervento.
Durante l'ecografia l'operatore di tale esame si preoccupo' immediatamente di verificare se nella sacca delle urine ci fosse del sangue, la cosa mi preoccupo' parecchio.
La notte stessa, essendo assalita da un forte mal di testa, chiesi un analgesico e in quel momento appresi che l'indomani sarei stata sottoposta ad intervento chirurgico per la rimozione della "vite" e, che essendo trascorsa la mezzanotte, non potevo assumere i liquidi necessari per l' assunzione del farmaco poiche', con l'anestesia del giorno successivo, potevano crearmi problemi.
Data la mia condizione di immobilita' non ho potuto avvertire i miei familiari.
Mio marito giunto alle otto del venerdi' 8 marzo, come ogni mattina, per aiutarmi con la colazione, non fu nemmeno fatto entrare in reparto, in quanto non dovevo far colazione e li' apprese la notizia dell'intervento.
Capiamo cosi' che la posizione dell'oggetto nel mio ventre e' tutt'altro che innocua data la velocita' con cui era stato programmato l'intervento. Poco piu' tardi mi viene servito il pranzo e scopriamo cosi' che l'intervento e' rimandato al lunedi' successivo. Veniamo a sapere poi che lo spostamento l'ha deciso il Chirurgo che deve intervenire per avere una seduta operatoria piu' tranquilla e l'assistenza di un altro Chirurgo oltre che del Medico che ha effettuato il primo intervento.
Lunedi' 11 vengo operata, durante l'intervento sento spesso pronunciare dai chirurghi la parola miracolo, dopo molte difficolta' la vite (lunga piu' di 8 cm con la parte finale filettata e con l'estremita' affilata) viene recuperata: era posizionata in una zona estremamente pericolosa tra arteria femorale e vena iliaca e sarebbe bastato davvero molto poco a crearmi un danno anche mortale.
A questo punto pensavo di aver provato di tutto invece mancava ancora l'umiliazione: giovedi' 14 intorno alle ore 11 i fisioterapisti mi accomodano in poltrona usando il lenzuolo come telo di trasporto per impedirmi l' appoggio dell'arto operato; dopo circa tre ore chiedo di poter tornare a letto perche' sentivo l'urgente bisogno di defecare con l'ausilio della "padella", dopo la terza richiesta non ho resistito piu' e mi sono sporcata, erano circa le 14 e mio marito ha avvertito gli infermieri dell'accaduto e, ricevendo in risposta un rassicurante: "cerco un collega e arriviamo subito" e' tornato da me: sono rimasta piu' di due ore sporca, seduta sulle mie feci nonostante le numerose richieste; intorno alle 16,30 un medico di un altro reparto nostro conoscente e' passato a trovarmi e come per magia pochi minuti dopo ero a letto pulita e lavata. L'infermiera caposala il giorno successivo si e' presentata a noi scusandosi per l'accaduto, gesto molto premuroso, ma la mia dignita' ha subito comunque un duro colpo.

Risposta ADUC
Potra' appoggiarsi al Difensore Civico Regionale (puo' farsene passare l'Ufficio tramite il Centralino del Consiglio Regionale) il quale le sara' di supporto per quanto sia possibile fare nei confronti della Asl, consigliandola ed indirizzandola. Per un supporto specifico, le consigliamo di rivolgersi all'Associazione Diritti del Malato, 0554277727, lun-mer-ven,10:30-11:30.
Infatti, producendo le prove di quanto avvenuto, dovrebbe essere possibile avanzare una richiesta di rimborso danni -e comunque, potrebbe anche essere presentato un esposto in Procura delle Repubblica (il magistrato provvederebbe poi a valutare il caso).
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