Cara ADUC
Lettera del consumatore
Domanda
7 novembre 2001
Subject: Sentenza caso Elena Saladini
Roma, 6 novembre 2001. Sono passati cinque anni da quel giorno maledetto, quando Elena Saladini moriva in seguito alla caduta dal motorino, causata da una delle tante, micidiali buche che costellano le strade della capitale. Tanto e' il tempo che ci e' voluto per stabilire le responsabilita' di quell'incidente e punirle come legge comanda: dieci mesi di reclusione con sospensione della pena, piu' un indennizzo di cinquanta milioni alla parte civile, a carico dell'unico responsabile riconosciuto, il titolare della ditta incaricata di eseguire i lavori di manutenzione di quel tratto di Via Salaria. Nessuna responsabilita' e' stata invece attribuita al capo squadra dell'ACEA, ne' agli allora assessori comunali Severino Montino e Linda Lanzillotta. Il giudice non ha rilevato responsabilita' a loro carico e non saremo certo noi a contraddirlo, anche perche' non conosciamo gli atti processuali. Ma l'amaro in bocca ci resta e nessuno riuscira' a togliercelo. La conclusione di questa vicenda, infatti, non puo' trovarci soddisfatti perche' non ci da' nessuna speranza di cambiamento per il futuro. Abbiamo anzi la sensazione che, ancora una volta, si sia trovato il modo di salvare capra e cavoli, punendo solo l'anello debole di una catena di responsabilita' intoccabili. Certo, anche il signor Martella, titolare della ditta, qualche colpa doveva averla, se non altro per un'esecuzione maldestra dei lavori. Ma ben altre sarebbero state le conseguenze, se il giudice avesse riconosciuto simili responsabilita' anche a carico degli altri imputati, ben piu' importanti - sul piano istituzionale, s'intende - del Martella. Non e' sull'entita' della pena e nemmeno sulla sua sospensione, che abbiamo da ridire. Non nutriamo sentimenti giustizialisti, ne' forcaioli, no. Ci accontentiamo di sapere che la giustizia esiste, funziona, trova applicazione senza avere speciale riguardo per alcuno: chi sbaglia paghi, come e' giusto che sia. E paghi il giusto, niente di piu' e niente di meno. Ma non ci da' alcun conforto sapere che, la prossima volta che qualcuno finira' per terra - senza lasciarci la pelle, si spera - a causa di una buca mai (o mal) riparata, si trovera' qualcuno a cui darne la colpa e dimostrare cosi' che la giustizia ha fatto il suo corso. Perche' punire chi ha lavorato male sara' anche giusto, ma ci sono altre responsabilita' che non debbono essere eluse, ne' coperte. Esistono delle gerarchie, che presuppongono livelli crescenti di importanza ma anche di responsabilita': il manovale ha il dovere di far bene il lavoro che gli e' stato affidato, ma chi gli ha dato quel compito ha a sua volta il dovere di controllare che esso sia ben eseguito; e c'e' chi ha commissionato l'opera, che ha non solo l'interesse a sincerarsi che i suoi soldi siano ben spesi, ma anche che altri non ne vengano danneggiati; c'e' poi chi ha i diritti di proprieta', che ha analoghe incombenze. Percio', non basta prendersela con chi non ha controllato a dovere il lavoro del manovale (il Martella), perche' l'opera doveva essere eseguita a seguito di lavori compiuti dall'ACEA (che ha dato l'appalto alla ditta Martella), che era stata autorizzata dal Comune (proprietario della strada) con l'obbligo di ripristinare il manto stradale al termine dei lavori. L'ACEA, cosi' come il Comune, aveva quindi l'interesse ma anche il dovere di vigilare sull'operato della ditta Martella. Responsabilita' a cascata, dunque, che il giudice non ha ritenuto di rilevare, affrancando cosi' l'ACEA ed il Comune, e con essi tutte le altre aziende e istituzioni consimili, da ogni responsabilita' che qualcuno avesse la ventura di attribuire loro quando, in futuro, dovessero ripetersi casi come quello di Elena Saladini. E' questo che ci inquieta. Questa sorta di impunita', conferita gratuitamente proprio a quei soggetti che invece, secondo un semplice principio logico, dovrebbero essere i primi a rispondere di gravi negligenze come quella che e' costata la vita a questa ragazza e, purtroppo, non solo a lei. Costoro sono quelli che non perdono occasione, tronfi ed autocompiaciuti, per pronunciare infervorati discorsi sulla sicurezza stradale e sulle migliaia di giovani vite che ogni anno vengono stroncate negli incidenti stradali. Pura ipocrisia. Una volta pronunciato il fervorino di circostanza e consumato il rinfresco, si puo' ripartire, con l'auto di servizio, per tornare a rinchiudersi nelle confortevoli stanze di qualche ufficio di presidenza. E se le strade fanno schifo e qualcuno ci lascia le penne, pazienza: sara' un'altra buona occasione per pronunciare il solito discorso e prendersi qualche applauso, che non fa mai male. E se qualcuno, maliziosamente, alza il dito, arriva inesorabile e salvifica la risposta: non ci sono i soldi. Ancora ipocrisia. Chissa' perche' i soldi per queste cose non ci sono mai. E quando ci sono, chissa' perche', non si spendono. Come quando a Roma sono piovuti i miliardi - tanti! - per il Giubileo. Se ne sono spesi tanti per ripulire chiese, palazzi e piazze, ma le strade sono rimaste come prima. Non una lira e' stata spesa per mettere a posto le strade martoriate e assassine di una citta' che e' patrimonio artistico, storico e religioso di tutta l'umanita'. Eppero' i soldi sono avanzati e il governo se li e' ripresi. L'ipocrisia si cela dietro il fragile paravento delle cinture di sicurezza, del casco o del giacchetto fluorescente che, secondo il Codice della Strada riformato, sara' obbligatorio tenere in auto. Tutte cose che potranno anche salvare qualche vita, forse. Ma molte di piu' se ne potrebbero salvare se le strade - non solo quelle di Roma, ma quelle di tutta l'Italia - non fossero quella vergogna che sono; se la segnaletica e le infrastrutture non fossero decrepite e abbandonate, progettate per il traffico ed i veicoli di trenta e piu' anni fa; se, infine, fosse stabilito con chiarezza chi deve rispondere di questo stato di abbandono, indegno di un paese che ha la pretesa di stare nel gruppo delle otto potenze economiche mondiali. E se, soprattutto, non fossero sempre e soltanto i soliti stracci, ad andare per aria. Sia pure dopo cinque anni.
Riccardo Forte
presidente Coordinamento Motociclisti
Roma, 6 novembre 2001. Sono passati cinque anni da quel giorno maledetto, quando Elena Saladini moriva in seguito alla caduta dal motorino, causata da una delle tante, micidiali buche che costellano le strade della capitale. Tanto e' il tempo che ci e' voluto per stabilire le responsabilita' di quell'incidente e punirle come legge comanda: dieci mesi di reclusione con sospensione della pena, piu' un indennizzo di cinquanta milioni alla parte civile, a carico dell'unico responsabile riconosciuto, il titolare della ditta incaricata di eseguire i lavori di manutenzione di quel tratto di Via Salaria. Nessuna responsabilita' e' stata invece attribuita al capo squadra dell'ACEA, ne' agli allora assessori comunali Severino Montino e Linda Lanzillotta. Il giudice non ha rilevato responsabilita' a loro carico e non saremo certo noi a contraddirlo, anche perche' non conosciamo gli atti processuali. Ma l'amaro in bocca ci resta e nessuno riuscira' a togliercelo. La conclusione di questa vicenda, infatti, non puo' trovarci soddisfatti perche' non ci da' nessuna speranza di cambiamento per il futuro. Abbiamo anzi la sensazione che, ancora una volta, si sia trovato il modo di salvare capra e cavoli, punendo solo l'anello debole di una catena di responsabilita' intoccabili. Certo, anche il signor Martella, titolare della ditta, qualche colpa doveva averla, se non altro per un'esecuzione maldestra dei lavori. Ma ben altre sarebbero state le conseguenze, se il giudice avesse riconosciuto simili responsabilita' anche a carico degli altri imputati, ben piu' importanti - sul piano istituzionale, s'intende - del Martella. Non e' sull'entita' della pena e nemmeno sulla sua sospensione, che abbiamo da ridire. Non nutriamo sentimenti giustizialisti, ne' forcaioli, no. Ci accontentiamo di sapere che la giustizia esiste, funziona, trova applicazione senza avere speciale riguardo per alcuno: chi sbaglia paghi, come e' giusto che sia. E paghi il giusto, niente di piu' e niente di meno. Ma non ci da' alcun conforto sapere che, la prossima volta che qualcuno finira' per terra - senza lasciarci la pelle, si spera - a causa di una buca mai (o mal) riparata, si trovera' qualcuno a cui darne la colpa e dimostrare cosi' che la giustizia ha fatto il suo corso. Perche' punire chi ha lavorato male sara' anche giusto, ma ci sono altre responsabilita' che non debbono essere eluse, ne' coperte. Esistono delle gerarchie, che presuppongono livelli crescenti di importanza ma anche di responsabilita': il manovale ha il dovere di far bene il lavoro che gli e' stato affidato, ma chi gli ha dato quel compito ha a sua volta il dovere di controllare che esso sia ben eseguito; e c'e' chi ha commissionato l'opera, che ha non solo l'interesse a sincerarsi che i suoi soldi siano ben spesi, ma anche che altri non ne vengano danneggiati; c'e' poi chi ha i diritti di proprieta', che ha analoghe incombenze. Percio', non basta prendersela con chi non ha controllato a dovere il lavoro del manovale (il Martella), perche' l'opera doveva essere eseguita a seguito di lavori compiuti dall'ACEA (che ha dato l'appalto alla ditta Martella), che era stata autorizzata dal Comune (proprietario della strada) con l'obbligo di ripristinare il manto stradale al termine dei lavori. L'ACEA, cosi' come il Comune, aveva quindi l'interesse ma anche il dovere di vigilare sull'operato della ditta Martella. Responsabilita' a cascata, dunque, che il giudice non ha ritenuto di rilevare, affrancando cosi' l'ACEA ed il Comune, e con essi tutte le altre aziende e istituzioni consimili, da ogni responsabilita' che qualcuno avesse la ventura di attribuire loro quando, in futuro, dovessero ripetersi casi come quello di Elena Saladini. E' questo che ci inquieta. Questa sorta di impunita', conferita gratuitamente proprio a quei soggetti che invece, secondo un semplice principio logico, dovrebbero essere i primi a rispondere di gravi negligenze come quella che e' costata la vita a questa ragazza e, purtroppo, non solo a lei. Costoro sono quelli che non perdono occasione, tronfi ed autocompiaciuti, per pronunciare infervorati discorsi sulla sicurezza stradale e sulle migliaia di giovani vite che ogni anno vengono stroncate negli incidenti stradali. Pura ipocrisia. Una volta pronunciato il fervorino di circostanza e consumato il rinfresco, si puo' ripartire, con l'auto di servizio, per tornare a rinchiudersi nelle confortevoli stanze di qualche ufficio di presidenza. E se le strade fanno schifo e qualcuno ci lascia le penne, pazienza: sara' un'altra buona occasione per pronunciare il solito discorso e prendersi qualche applauso, che non fa mai male. E se qualcuno, maliziosamente, alza il dito, arriva inesorabile e salvifica la risposta: non ci sono i soldi. Ancora ipocrisia. Chissa' perche' i soldi per queste cose non ci sono mai. E quando ci sono, chissa' perche', non si spendono. Come quando a Roma sono piovuti i miliardi - tanti! - per il Giubileo. Se ne sono spesi tanti per ripulire chiese, palazzi e piazze, ma le strade sono rimaste come prima. Non una lira e' stata spesa per mettere a posto le strade martoriate e assassine di una citta' che e' patrimonio artistico, storico e religioso di tutta l'umanita'. Eppero' i soldi sono avanzati e il governo se li e' ripresi. L'ipocrisia si cela dietro il fragile paravento delle cinture di sicurezza, del casco o del giacchetto fluorescente che, secondo il Codice della Strada riformato, sara' obbligatorio tenere in auto. Tutte cose che potranno anche salvare qualche vita, forse. Ma molte di piu' se ne potrebbero salvare se le strade - non solo quelle di Roma, ma quelle di tutta l'Italia - non fossero quella vergogna che sono; se la segnaletica e le infrastrutture non fossero decrepite e abbandonate, progettate per il traffico ed i veicoli di trenta e piu' anni fa; se, infine, fosse stabilito con chiarezza chi deve rispondere di questo stato di abbandono, indegno di un paese che ha la pretesa di stare nel gruppo delle otto potenze economiche mondiali. E se, soprattutto, non fossero sempre e soltanto i soliti stracci, ad andare per aria. Sia pure dopo cinque anni.
Riccardo Forte
presidente Coordinamento Motociclisti
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