Giovedì 4 giugno 2026
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Cara ADUC

Lettera del consumatore

9 gennaio 2001
Domanda 9 gennaio 2001
Subject: Tassa erariale RAI spacciata per abbonamento
Sig.ra , cara, gentile, egregia, appellativo a Sua scelta,
grazie x la sua ultima email di ieri. Debbo dire, in primis, che mi lusinga, o piu’ platealmente mi piace, ricevere attenzione da parte di una interlocutrice e non.........ore. Ricevere un sorriso, sia pure stilizzato (non mi sovviene come si dice in gergo virtuale), non e’ cosa di ogni giorno e particolarmente gradito se e’ di provenienza femminile. Ma il profumo di donna non e’ solo nella sua epidermica accezione. Attiene anche al cervello di chi lo emana, in un mondo in cui l'altra meta’ della mela ha sciaguratamente perso ogni capacita’ di innovarsi ed innestarsi nel cambiamento, lento che possa essere, genetico, dell'essere umano.
Le inviero’, per conoscenza, il testo della mia denuncia che inviero’ alla Autorita’ Garante della Concorrenza e del Mercato, Via Liguria, 26 - 00187 Roma (si tratta dell'address giusto al quale avete fatto o farete capo anche voi? ).
Una ultima osservazione. Il core della mia protesta e’ senza dubbio quello della impreparazione culturale della maggioranza del popolo italiano per la quale, la pubblicita’ mistificatrice, ingannevole della RAI potrebbe penalmente identificarsi in una vera e propria "circonvenzione d'incapace".
A mo di esempio le allego (priva di virus, abbia fiducia, ma la testi se crede) una email pervenutami l'anno scorso quando condussi una campagna + - eguale a quella di questo anno. Me la sono religiosamente conservata come esempio, test di numerosi altri messaggi sviluppati su certi NG e giornali (Il Giornale al quale, sia pure turandomi il naso per la sua connaturazione politica- senza con questo minimamente voler esaltare l'altra faccia della medaglia politica, anch'essa immondamente interessata nel carrozzone della RAI- mi rivolsi perche’ avevo in esso letto un articolo sul tema). Il testo allegato non e’ minimamente da commentare, tanto vividamente risalta la imbecillaggine, provvisorieta’, balorda ignorante ingenuita’ di questo rappresentante della maggioranza del popolo italiano.
Lo richiamo solo come testimonianza di quanto detto in apertura di questo paragrafo.
"Signor direttore,
in questi giorni si parla molto di immigrazione e dei problemi da esso derivanti. Dilettandomi di letture liberali, in questi giorni ho avuto occasione di conoscere l'opinione in proposito di un professore dell'universita’ del Nevada, Hans-Hermann Hoppe, di cui l'editore Leonardo Facco di Treviglio ha recentemente pubblicato un interessante volume.
In merito all'immigrazione, Hoppe giudica piu’ che ragionevole che le istituzioni pubbliche introducano precise limitazioni al movimento delle persone da un paese all'altro. Diversamente da altri difensori del libero mercato (che ritengono controproducente introdurre chiusure alle frontiere), Hoppe contrappone molto nettamente il movimento dei beni e quello delle persone.
Se un prodotto che si sposta dal Canada alla Francia interessa soltanto coloro che l'acquistano e lo vendono (e sarebbe quindi illegittimo, in una prospettiva liberale, impedirne il movimento), diversa e’ la situazione di un individuo che lasci Ottawa per Parigi. In questo caso, infatti, l'immigrato inizia ad usare strade, ospedali, scuole e altri beni pubblici che non ha in alcun modo contribuito a finanziare. Per questa semplice ragione, secondo Hoppe e’ del tutto ragionevole il comportamento di quanti chiedono restrizioni all'immigrazione e distinguono nettamente tra la libera circolazione delle merci (libero scambio) e quella delle persone (libera immigrazione).
Hoppe non ama lo Stato e ancora meno lo Stato sociale. Ma egli comprende perfettamente che finche’ non verra’ cancellata ogni forma di protezionismo e assistenzialismo e’ giusto che i cittadini pretendano misure a tutela dei loro beni collettivi. Se gli abitanti del Canton Ticino sono costretti a finanziare con le loro imposte un gran numero di istituzioni e servizi, e’ ovvio che essi vorranno in qualche modo limitare l'accesso a tali beni da parte di soggetti esterni: siano essi provenienti da Como o dallo Sri Lanka.
Una futura societa’ integralmente liberale, per Hoppe, risolvera’ certo in modo diverso e ben piu’ naturale ogni forma di circolazione degli individui. Si puo’ parlare di immigrazione, infatti, solo in presenza degli Stati moderni e della loro pretesa di imporci ogni sorta di obbligo. Nella situazione attuale, cosi’, emigrare significa trasferirsi da uno Stato all'altro, abbandonare una collettivita’ per un'altra. In una societa’ autenticamente libertaria quale e’ quella immaginata da Rothbard e da Hoppe, invece, ogni migrazione non sara’ altro che un trasloco: che e’ quindi del tutto possibile se si paga il pedaggio stradale, se si acquista (o affitta) un'abitazione, se si accettano e rispettano le norme del nuovo condominio e cosi’ via.
Esaminando le motivazioni economiche che spingono molti ad abbandonare il loro paese, Hoppe sottolinea poi come l'eliminazione di ogni politica statalista renderebbe meno acuto il problema dell'immigrazione. Quando masse di cittadini turchi si trasferiscono in Germania risulta del tutto evidente che una quota rilevante di loro non lo farebbe se tra questi paesi non esistessero barriere doganali, se i loro governi non investissero enormi masse di danaro in armi o altre attivita’ non collegate al benessere dei loro cittadini, e se eventuali investitori europei fossero sicuri di trovare, in Turchia, un pieno rispetto dei loro capitali e delle loro imprese.
L'adozione di politiche maggiormente liberali, tanto nei paesi ricchi come in quelli poveri, eliminerebbe quindi una parte rilevante dell'emigrazione contemporanea. Ma non tutta: vi e’ una quota di persone che dall'Africa o dall'Asia vorrebbe comunque entrare nei paesi piu’ ricchi, anche in virtu’ della costante richiesta di manodopera.
E’ proprio di fronte a tale constatazione che Hoppe formula la propria proposta, che sintetizza in questo modo: "liberta’ di accogliere, diritto di escludere".
La sua idea e’ ognuno di noi ha il diritto di accogliere, ma anche quello di non accogliere, ovvero sia di non essere costretto ad una coabitazione forzata e ad un'integrazione non voluta. Nel momento in cui siamo costretti a vivere all'interno di sistemi pubblici scolastici, sanitari e cosi’ via, e’ del tutto evidente che chi vuole esercitare il proprio diritto di accoglienza e intende invitare in Germania o in Francia uno straniero deve allora farsi carico del fatto che quest'ultimo non gravi sulle spalle altrui. Deve almeno trovargli un lavoro e recuperargli un'abitazione.
Per Hoppe il problema dell'immigrazione sara’ tanto meno grave quanto piu’ si riuscira’ a ridurre l'area della proprieta’ pubblica. Se la maggior parte dei beni sono privati e i servizi vengono per lo piu’ finanziati da coloro che ne fanno uso, i rischi di essere vittime di un processo di parassitismo generalizzato calano notevolmente. Quanti oggi si lamentano dell'immigrazione sottolineano spesso che i cittadini stranieri ottengono abitazioni o sussidi che vengono invece negati ai locali: ma una societa’ sempre piu’ liberale, con una presenza pubblica ridotta al minimo, eliminerebbe alla radice tale problema.
Hoppe si mostra persuaso che il progressivo ridimensionamento delle istituzioni territoriali possa facilitare la crescita delle liberta’ individuali e condurci verso un universo contraddistinto da concorrenza e competizione: da una sorta di "mercato" di governi territoriali, costretti a competere, ad abbassare le imposte e ridurre la regolamentazione.
In pratica tante piccole comunita’ indipendenti darebbero ai cittadini la possibilita’ di votare con i piedi, in pratica trasferendo le proprie attivita’ e la propria residenza ove le leggi sono meno oppressive e piu’ consone alle proprie aspirazioni. (Anni fa anche in Italia, all'epoca della tassa di famiglia, molti cittadini spostarono la loro residenza in comuni meno esosi in fatto di tasse).
Nel momento in cui un paese di oltre cinquanta milioni di abitanti come la Francia dovesse lasciare il posto a centinaia o migliaia di nuove entita’ anche solo amministrative e legislative sorte a seguito di separazione federative, per gli individui e i capitali si aprirebbe la possibilita’ di optare tra un gran numero di alternative istituzionali, dato che ognuna di queste micro-realta’ farebbe di tutto per attirare investimenti e contribuenti. Secessioni territoriali come quelle che hanno portato alla nascita della federazione statunitense (nella seconda meta’ del XVIII secolo) o dei paesi baltici (pochi anni fa) non hanno posto di per se’ le basi per la nascita di un effettivo libero mercato, ma certamente hanno attenuato il rigore dei vecchi monopoli della violenza. Se su un medesimo territorio al posto di un unico Stato ve ne sono dieci o cento, e’ ragionevole attendersi che questi ultimi saranno costretti a rispettare maggiormente i diritti di proprieta’ dei singoli. Non vi e’ alcuna certezza in proposito, ovviamente, ma e’ pur vero che la logica della concorrenza e’ in grado di favorire soluzioni sempre piu’ apertamente liberali.

Risposta ADUC
Ringraziamo per averci esposto la sua opinione.
In questo campo, naturalmente, si tratta di punti di vista personali che ognuno propone come modelli sociali, secondo quelle che sono le proprie valutazioni e la propria visione e sensibilita' delle cose.
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