Cara ADUC
Eutanasia, anche il Brasile è diviso
Domanda
18 gennaio 2007
Anche nel Paese sudamericano in queste settimane si discute sulla cura dei malati terminali. E sull'ortotanásia, come qui è chiamata la cessazione di qualunque forma di accanimento terapeutico. Non solo l'Italia ha il suo «caso Welby», ma anche il Brasile, proprio in queste settimane, si è diviso sui dolorosi temi della cura dei malati terminali, dell'eutanasia e dell'ortotanásia, come nel Paese sudamericano é chiamata la cessazione di qualsiasi forma di accanimento terapeutico. Proprio mentre nel Belpaese Piergiorgio Welby conduceva la sua personale battaglia politica chiedendo che venisse rispettata la sua volontá di morire, in Brasile il Consiglio federale di medicina (Cfm) approvava una risoluzione che non ha fatto soltanto discutere, ma ha anche innescato, come forse era inevitabile, un complesso caso giudiziario. Il provvedimento di quest'organo, le cui competenze in campo deontologico sono analoghe a quelle di cui gode in Italia la federazione degli Ordini dei medici, autorizza il medico a sospendere le terapie che prolungano la vita dei malati terminali senza possibilità di guarigione. Come unica condizione si richiede che il paziente stesso, o un rappresentante legale, o la famiglia, concordino con questa decisione, che deve essere comunque adeguatamente documentata. Questa risoluzione - risalente allo scorso 9 novembre, approvata all'unanimitá dal Consiglio federale riunito in seduta plenaria e valida sull'intero territorio nazionale - ha efficacia esclusivamente interna. Ció significa che il professionista che vi si conformi non é esentato dal rispetto del codice penale, e non é quindi immune da possibili sanzioni penali se la magistratura ravvisi, in quella condotta, un reato. É superfluo infatti dire che il Código penal brasiliano del 1947, da molti definito un arnese da museo, non si occupa affatto di questi delicati temi di carattere bioetico. Nel 2005 i medici di San Paolo deliberarono un provvedimento analogo, ma senza molta fortuna: l'atto fu ben presto ritirato di fronte alle dure prese di posizione di pubblico ministero e Ordine degli avvocati, che lo definirono una illegittima legalizzaione dell'eutanasia. In questo caso l'organo che rappresenta i medici brasiliani sembrerebbe aver preparato la propria iniziativa con più cura e cautela, visto che si è voluto immediatamente chiarire che non si è inteso affatto legalizzare l'eutanasia, ma al contrario riaffermare la legittimità dell"ortotanásia e della interruzione delle terapie che prolungano artificialmente la vita quando non vi sono piú chance di recupero. Si é fatto l'esempio del malato terminale di cancro che subisce un infarto o una grave insufficienza renale; il medico, in futuro, non sará piú costretto a "resuscitarlo" ponendogli un respiratore artificiale in un reparto di rianimazione, oppure, nell'altro caso, sottoponendolo a dialisi. Questo paziente dovrá sí ricevere analgesici, sedativi e tutte le varie terapie antidolorifiche, ma la sua vita non dovrá essere piú prolungata attraverso i macchinari di una unitá di terapia intensiva. Secondo Clóvis Francisco Constantino, vicepresidente del Consiglio di medicina, non puó esservi alcun rischio che questo atto possa essere interpretato come il via libera all'eutanasia: «Noi siamo assolutamente contrari all'eutanasia» afferma il medico, che precisa: «e ció non solo perché é pratica eticamente condannabile, ma soprattutto perché nel nostro Paese non é permessa. Eutanasia vuol dire provocare deliberatamente la morte, cosa che né il paziente, né la famiglia, né noi medici possiamo desiderare». Constantino definisce questa risoluzione «dottrinaria», mirata cioé solo a far intendere al medico «che esiste un momento in cui non é piú possibile far nulla a beneficio del paziente, in cui ogni cosa che gli prolunghi la vita aggiungerá solo sofferenza ad altra sofferenza». Le prime reazioni al provvedimento, già destinato a rimanere nella storia della deontologia medica nazionale, sono state di assoluta approvazione. Per esempio José Eduardo de Siqueira, presidente della Societá brasiliana di bioetica, ha dichiarato che l'atto é capace di risolvere un grave dilemma etico: «Gli operatori sanitari, sopra tutto quelli che operano nelle unitá di terapia intensiva, sono oggi ostaggi di un dubbio crudele: in una situazione di assoluto vuoto legislativo non sanno quando interrompere le cure ad un paziente grave ed incurabile». Secondo Siqueira «questa risoluzione consentirà al medico di riconoscere: ecco, non vi sono piú possibilitá di risolvere questo problema. Si tratta di una decisione morale che i medici saranno autorizzati a prendere». Clóvis Francisco Constantino, vicepresidente del consiglio di Medicina Anche la dottoressa Maria Goretti Maciel, che presiede l'Accademia nazionale di cure palliative, si é detta a favore di questo rivoluzionario cambio di rotta: «É stata una vittoria immensa per la medicina brasiliana. Il medico ha paura, e arriva a pensare che ogni fase finale della vita umana debba "celebrarsi" in una unitá di terapia intensiva. Ora invece sa» continua Maciel «che può impiegare terapie che mirino al conforto del paziente e rendano dignitoso il momento del trapasso». Il provvedimento é entrato in vigore il 29 novembre scorso, ma appena cinque giorni dopo la sua emanazione, il 14 novembre, si é capito che avrebbe dovuto affrontare la densa palude dei ricorsi e delle carte bollate. Ma a portare la vicenda in tribunale non sono state, come si potrebbe pensare dall'altro lato dell'Atlantico, le associazioni religiose, o qualche comitato di integralisti cristiani. Al contrario la Conferenza episcopale brasiliana ha tempestivamente diffuso una nota che riconosce la legittimitá dell'ortotanásia e va dunque intesa come un implicito appoggio alla presa di posizione della classe medica brasiliana. Del resto é noto che la Chiesa cattolica brasiliana ha assunto tradizionalmente posizioni progressiste, sia in campo etico che socioeconomico, e le recenti dichiarazioni del neoprefetto della Congregazione per il clero Cláudio Hummes sul celibato dei preti ne sono la dimostrazione. Lo stesso Vaticano, pur difendendo posizioni piú conservatrici, si é guardato bene dal procedere a qualsivoglia «tirata di orecchie», ma al contrario ha lasciato intendere di condividere la posizione dei vescovi locali. Questi ultimi del resto - a parte la loro indubbia autorevolezza - si erano coperti le spalle a dovere, richiamando un'enciclica di Giovanni Paolo II, secondo cui l'ortotanásia, se praticata con «serio discernimento», rappresenta «l'accettazione della condizione umana di fronte alla morte». E molti osservatori non hanno mancato di far notare che lo stesso papa Wojtyla non ha visto la propria vita, e la propria agonia, prolungate artificialmente. Ad opporsi quindi al provvedimento dei medici brasiliani non é stato un attivista pro-vita, ma Wellington Marques de Oliveira, di professione procuratore regionale dei diritti del cittadino, presso il Distretto federale di Brasília. Secondo il magistrato la risoluzione del Consiglio di medicina é un «attentato al diritto alla vita, ed é inammissibile che questo venga lasciato al libero arbitrio di medici e parenti». In sintesi, a suo parere, «la risoluzione viola la legislazione brasiliana» perché sia l'ortotanásia che l'eutanasia sono considerate omicidio dal codice penale. Cosí il 16 novembre, com'era di fatto inevitabile, il Pubblico ministero federale di Brasília ha minacciato di ricorrere contro il provvedimento dei medici brasiliani, nel caso in cui questo non fosse revocato. Il Consiglio federale di medicina ha reagito all'ultimatum dei magistrati in modo fermo, e la parola d'ordine é stata «noi andiamo avanti per la nostra strada». Roberto D'Ávila, rappresentante del Cfm, non usa mezze misure, e a suo parere l'interpretazione del procuratore é frutto di un «equivoco». «Invece di intraprendere terapie inutili, stiamo dando la priorità al paziente. Che in nessun caso» prosegue d'Ávila «sarà abbandonato o danneggiato. Non possiamo lasciarci ingabbiare dai formalismi legali, non siamo i padroni del paziente. É quest'ultimo» conclude il rappresentante del Consiglio di medicina «ad avere il diritto di scegliere tra un inutile prolungamento della vita e quelle cure che lo accompagneranno sino al momento della fine essendo la morte diventata inevitabile». In sostanza, e al di fuori delle metafore che ovunque si usano nell'affrontare il tema della morte, i medici brasiliani propongono che siano due le opzioni da presentare al malato terminale o ai suoi familiari: continuare con le inutili terapie che causano solo sofferenza, oppure adottare quelle cure palliative che diano il miglior sollievo possibile. José Maria Orlando, che presiede l'Associazione di medicina intensiva, ha la medesima opinione: «Non é possibile che in pieno ventunesimo secolo ci si continui a basare sul codice penale del 1947, epoca in cui certi apparecchi che mantengono in vita i malati terminali non si immaginavano neppure. Cosí come questi macchinari salvano delle vite», prosegue il dottor Orlando, «allo stesso modo possono prolungarle inutilmente. L'ortotanásia non deve essere confusa con l'eutanasia. Stiamo infatti parlando di una situazione in cui la morte é irreversibile e imminente e in cui tutti i tentativi sono giá stati inutilmente esperiti». Secondo lui é quindi giá arrivato il momento in cui il Brasile debba affrontare questo dilemma. Il 28 novembre il provvedimento del Consiglio di medicina é dunque entrato in vigore nel Paese intero e in tutti i suoi ospedali: con l'autorizzazione del paziente o di un suo responsabile, e nella fase finale delle malattie gravi o incurabili, il medico puó limitare quei procedimenti che prolunghino la vita del paziente. Tuttavia ben poche sono state le manifestazioni di soddisfazione da parte dell'associazione di categoria, ben consapevole che la conquista, o presunta tale, sarebbe stata duramente avversata in sede giudiziaria. A celebrare il ripudio della classe medica brasiliana contro ogni forma di accanimento terapeutico sono state dunque le sole dichiarazioni di Antonio Marcello, responsabile della comunicazione del Consiglio di medicina: «Tutto ció è diverso dall'eutanasia, che interrompe bruscamente la vita. E non significa neppure togliere la vita alle persone che finiscano in coma». Nella circostanza la classe medica nazionale ha dimostrato grande compattezza, e minacce alla risoluzione del 9 novembre sono pervenute soltanto dall'esterno, essenzialmente da procuratori ed avvocati. Analoga compattezza non si é invece riscontrata in Italia, nel corso della nota e dolorosa vicenda di Piergiorgio Welby. Qui l'anestesista Mario Riccio - che ha riconosciuto d'aver aiutato a morire il copresidente dell'associazione Luca Coscioni staccandogli la spina del respiratore - é stato tempestivamente sottoposto a procedimento disciplinare dal presidente del Consiglio dell'ordine dei medici di Cremona. Ma anche in Brasile la battaglia contro l'accanimento terapeutico é ancora lunga, come hanno ben dimostrato le vicende giudiziarie dello scorso mese. La procura della Repubblica del Distretto federale aveva intimato al Consiglio di medicina di fornire chiarimenti sulla propria risoluzione entro il 5 dicembre. E di fronte al silenzio di quest'ultimo organo - dando cosí seguito alle proprie minacce - la stessa procura, due giorni dopo, ha promosso un'«azione civile pubblica» contro la suddetta risoluzione. Secondo il procuratore regionale Wellington Marques de Oliveira la misura, oltre che incostituzionale, é un omicidio mascherato dalla scusa di lasciare morire il paziente «al momento giusto». Il Consiglio, dinanzi a questo inedito conflitto tra classe medica e giuridica (anche l'Ordine degli avvocati ha criticato l'atto), ha ribadito di voler proseguire per la propria strada. Secondo il vicepresidente Constantino non vi é alcuna possibilità che la misura possa essere modificata: «Ció non é neppure in discussione. Eravamo consapevoli che potessero esserci reazioni isolate. Chi non é d'accordo con la nostra risoluzione ha tutto il diritto di reagire. Ma finora» ha concluso il medico «abbiamo constatato che le reazioni contrarie sono state veramente poche». Del resto il Consiglio federale di medicina aveva sempre cercato di tranquillizzare i propri rappresentanti, dichiarando di non essere affatto preoccupato per possibili processi a carico dei sanitari che adottassero quelle misure. E' ancora presto per sapere se il braccio di ferro continuerà a lungo, ma già si assiste allo schieramento di forze sui due fronti avversi. A smuovere per primo le acque é stato il potente Ordine degli avvocati brasiliani (Oab), convinto della possibilità che il medico che attui la risoluzione del 9 novembre possa andare incontro a una incriminazione penale. La presa di posizione, che come è ovvio è stata sprezzantemente contestata dai rappresentanti dei medici, ha invero sorpreso la gran parte degli opinionisti e dei commentatori, se non altro per la durezza delle dichiarazioni usate. Su un fondo del quotidiano "Folha de São Paulo" il pungente editorialista Hélio Schwartsman scrive, riferendosi alle parole di Erickson Gavazza Marques, rappresentante dell'Oab: «Ha detto una ovvietà - che la risoluzione non ha forza legale per garantire che medici e familiari non verranno processati al praticare o autorizzare l'interruzione del trattamento - ed una mostruositá - equiparando moralmente l'ortotanásia a suicidio e omicidio». Schwartsman é anche tra i pochi a non risparmiare un'analisi sotto il profilo della politica, che comunque é la grande assente dal dibattito in questione. «Esiste, tra i nostri parlamentari, una sorta di timore della regolamentazione della morte. Nessuno di loro» continua il giornalista «vuole essere ricordato come il deputato che ha proposto la legge che autorizza i medici ad "assassinare i vecchietti indifesi"». Dalla parte dei medici si sono invece schierate le imprese private che gestiscono i cosiddetti «piani di salute», ossia i gruppi assicurativi che operano nel settore sanitario. Letture maliziose della scelta di campo sono del tutto inutili, visto che si ammette candidamente che la risoluzione del 9 novembre puó portare ad una consistente riduzione dei costi del sistema salute. Arlindo Almeida, rappresentante di questa categoria, si esprime laconicamente: «Non mi piacerebbe che pensino che si tratti di una questione economica, ma di certo la soluzione del problema incide molto sotto quel profilo». Il dirigente tuttavia, cosciente di quanto questo appoggio possa essere controproducente, sottolinea che la sua associazione non ha partecipato al dibattito che ha portato alla risoluzione, e che le assicurazioni private oggi mantengono in vita dei malati terminali «a costo molto alto e senza creare problemi». Anche le associazioni dei consumatori paiono voler salire sul carro del Consiglio di medicina, almeno a sentire quanto dice Daniela Trettel, avvocato dell'Istituto brasiliano di difesa del consumatore (Idec): «L'idea della risoluzione è umanizzare e garantire dignità». Del resto, a suo parere, le assicurazioni sanitarie attuano anche oggi delle distorsioni nei piani di salute, ad esempio quando rifiutano di coprire la cura del malato terminale. A prescindere dall'esito giudiziario della controversia dovrà essere la politica a trovare una soluzione. Almeno per dare copertura a quella che è di fatto una pratica abituale in ogni nosocomio del Paese. Oggi il medico che decide di interrompere l'inutile terapia al malato terminale, si limita a chiamare i familiari ed a dire loro: «Vamos deixá-lo descansar».
Risposta ADUC
La ringraziamo della segnalazione che pubblichiamo su Vivere & Morire.
ADUC è indipendente
Nessun finanziamento pubblico né pubblicità. Solo le donazioni ci rendono liberi.
Sostienici →
Potrebbe interessarti