Martedì 9 giugno 2026
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Cannabis medica: centinaia di pazienti convocati in caserma in tutta Italia

U.E. - ITALIA
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Daily Nouri - Unsplash
Foto: Daily Nouri — Unsplash (Unsplash License (libero uso))

Negli ultimi due mesi, centinaia di persone che assumono cannabis terapeutica regolarmente prescritta dal medico sono state convocate in caserma da NAS, Carabinieri o Forestale in diverse città italiane — Roma, Milano, Napoli, Bologna, Verona, Rimini — per rispondere a domande sulla propria terapia. Come riporta L'Indipendente, tra i convocati ci sono malati oncologici, donne anziane al terzo stadio tumorale, giovani affetti da anoressia o vulvodinia, professionisti e persino proprietari di cani in cura veterinaria con cannabinoidi.

 

I pazienti sarebbero stati ascoltati come "persone informate dei fatti" e interrogati su come, quando e perché assumono un farmaco a base di cannabinoidi, con richieste di esibire la ricetta medica, email, documentazione firmata e persino conversazioni WhatsApp legate alla gestione della terapia. In almeno un caso documentato dall'associazione "Tutela Pazienti Cannabis Medica", il medicinale è stato temporaneamente ritirato per verifiche e restituito solo dopo l'accesso in caserma.

 

La vicenda ha una spiegazione tecnica precisa: i pazienti coinvolti nelle convocazioni hanno tutti in comune il fatto di ricevere il farmaco tramite spedizione da una farmacia. La consegna a domicilio di sostanze stupefacenti — anche se a scopo terapeutico — è vietata da una circolare del Ministero della Salute del 23 settembre 2020, emanata in piena pandemia in applicazione del Testo Unico sugli stupefacenti (D.P.R. 309/1990). Gli inquirenti starebbero quindi indagando le farmacie che effettuano tali spedizioni, sentendo i pazienti come testimoni. Le associazioni di pazienti precisano che i malati non rischiano conseguenze penali.

 

Il problema di fondo, però, è strutturale: le farmacie che trattano cannabis sono circa mille su un totale di ventunomila, una disponibilità del tutto insufficiente rispetto alla domanda. Per molti pazienti, soprattutto nelle aree meno servite, la spedizione postale resta l'unica via concreta di accesso alla terapia. È questa contraddizione — un farmaco legale, ma di fatto irraggiungibile senza violare le norme sulla sua distribuzione — che ha generato la situazione attuale.

 

La denuncia pubblica è partita da Antonella Soldo, presidentessa dell'associazione Meglio Legale, e dall'avvocata Cathy La Torre, fondatrice di WildSide Legal, che hanno lanciato un appello sui social invitando altri pazienti coinvolti a farsi avanti. Secondo La Torre, il fatto di raggiungere pazienti a casa o sul lavoro per informazioni sulla loro terapia solleva "gravi profili di illegittimità riguardo la violazione della privacy e il trattamento illecito di dati sanitari sensibili": resta da capire, infatti, con quali autorizzazioni gli inquirenti abbiano avuto accesso a prescrizioni mediche, registri sanitari o banche dati farmaceutiche per identificare i pazienti da convocare.

 

La vicenda evidenzia ancora una volta come la cannabis terapeutica continui a essere trattata in modo del tutto diverso da altri farmaci classificati come stupefacenti: nessun paziente che assume morfina, oppioidi o benzodiazepine viene normalmente chiamato a giustificare la propria terapia davanti alle forze dell'ordine.

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