Martedì 9 giugno 2026
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Cara ADUC

Lettera del consumatore

10 aprile 2007
Domanda 10 aprile 2007
Cara Aduc, Vi invio la lettera che ho spedito alla Ministra Rosy Bindi e per conoscenza anche a Voi. Saluti.
Fortunata
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Egregia Onorevole Bindi, Le scrivo perche' vorrei affidare alla Sua sensibilita' di donna e di politica una questione, che mi ha riguardata in prima persona, sul tema "doppio cognome ai figli", per la quale, Lei, ha gia' presentato, sia pur invano, un disegno di legge. Ebbene, lacerata da anni da un'ingiustizia sociale di "genere", che non riuscivo, e non riesco, ad accettare, mi sono sempre chiesta perche' mai, proprio la donna, chiamata dalla natura a creare e ad allevare i figli, l'unica vera persona che concretamente trepida e si affanna per loro, debba poi essere messa da parte dai maschi quando si tratta di costruire una propria identita' genealogica, attraverso quei figli cui lei ha donato la vita, identita' genealogica di un genere intesa non solo come patrimonio di conoscenze, di esperienze, di percezioni loro tramandate, ma anche come riconoscimento pubblico e memoria storica di conoscenze che, diversamente, si smarrirebbero (e nei secoli, nei millenni trascorsi, cos'e' rimasto a ricordo della nostra esistenza? Dove sono finiti i nostri cognomi?), in un vago ricordo, in caduche ombre volte ad ingannare ed occultare le origini dell'umanita', e con esse, la capacita' creativa femminile della quale, in tal modo, si riappropria interamente l'uomo. Proviamo a riflettere, Onorevole Ministra, sui nomi maschili e femminili. Il nome paterno, a sua volta, dalla donna ereditato, le sara' poi vietato di tramandarlo ai propri figli (un tempo, addirittura, doveva perderlo irrimediabilmente per assumere quello del marito) e quando sara' morta con lei cessera' d'esistere anche il suo nome, incerto, come la sua stessa vita. Il mito di Atena, che viene partorita dalla testa di Zeus, e di Eva, dalla costola di Adamo, sono testimonianze tangibili e inconfutabili di verita' occultate in simboli che resistono ancora nella societa' del terzo millennio. Miti e simboli creati, per l'appunto, con l'unico scopo di depredare la naturale potenza creativa della donna sulla cui pelle il maschio ha costruito la propria identita' storica e sociale, un'identita' che oggi paventa d'essere detronizzata. Altro che Medioevo!La cosa che mi fa specie non e' il papa di turno che si oppone ad un legittimo protagonismo femminile, cosa che costringerebbe il mondo ecclesiastico a rivedere le basi oscurantistiche su cui poggia la religione, ma proprio il comportamento di alcune donne, anche laureate, dalle quali ci si aspetterebbe che assumessero un'indubbia difesa a favore del loro genere e, invece, spesso, si dimostrano rigide e velenose con chi rivendica sacrosanti diritti di genere. Vengo al dunque. Mesi or sono, era luglio, ho appreso da un'Associazione come l'Aduc che era in corso una petizione per l'aggiunta del doppio cognome ai figli. Ho cercato di darmi da fare per comprendere l'iter da seguire e ho telefonato in Prefettura. Non sto a dire i giri di telefonate, i giorni impiegati per trovare una persona che si degnasse di parlare con me, di darmi qualche risposta: la funzionaria era andata in ferie e si doveva attendere il suo ritorno. In settembre, ancora altre telefonate, poi, finalmente, sono riuscita a parlare con la dirigente preposta allo Stato Civile. Tralascio di raccontare la diffidenza palesatemi, quando ho dichiarato simile volonta', nonche' i giri di parole, i silenzi che seguivano a richieste d'informazioni. La cosa grave e' che, o per ignoranza, o, ancora, per perfidia, fra i documenti e i moduli da presentare, mi era stato detto che dovevo procurarmi una copia integrale dell'atto di nascita, che, secondo questa donna, avrei dovuto richiedere all'anagrafe del Comune di residenza, ma anche in quest'ultimo luogo, quando mi sono presentata, non mi hanno risparmiato strani sguardi, come di chi importuni seri professionisti (e si trattava di donne!). Poi per qualche settimana ho cercato di mettermi in contatto, online, con il mio Comune di nascita, invano. Infine, trascorso altro tempo, ho pregato mia sorella di richiedere questo certificato a mio nome nel Comune di nascita. E' passato ancora del tempo, poi, quando ho imparato del disegno di legge da Lei presentato, dietro un rigurgito di rabbia, mi sono imposta di riprendere i contatti con la Prefettura. L'ufficio dello Stato Civile, nel frattempo, era stato affidato ad un'altra funzionaria. Solita solfa: diffidenze, dichiarazione che la mia richiesta non era contemplata in nessuno dei motivi per i quali loro potevano accettare simile domanda, ecc ecc. Venne fuori anche la beffa che la sua predecessora si era fatta di me per farmi perdere tempo, roba da chiederle i danni morali! Per non annoiarLa oltre, vorrei chiudere questa lettera, non prima pero' di aver palesato il mio pessimismo riguardo l'irrimediabile e perfida ignoranza della gente, che mi costringe a propendere per un sfiducia totale sull'evoluzione del genere umano, umanita' che, forse per un vizio genetico, e' destinata a riprodursi, ad evolversi fisicamente o in saperi specializzati, mai in un sapere che vada incontro alle ragioni delle persone, nel rispetto dei propri inviolabili diritti. Ma, e vorrei gridarlo a voce alta, non mi arrendero'. Mai! Mi auguro, Onorevole Ministra, che Lei, insieme alle forze sane, femminili e maschili, possa fare qualcosa per difendere sacri diritti della donna, diritti che dovrebbero essere garantiti in nome di quella parita' e delle tanto decantate pari opportunita' fra uomini e donne che, ancor oggi, mi sembra, siano scritte solo sulla carta e non nella realta' sociale dei due generi. Mai come in quest'epoca ritorna utile e vera la massima gattopardesca del "Tutto cambia perche' nulla cambi". I migliori saluti da una donna che, forse, ha l'insanabile vizio di pensare troppo.
Fortunata, da Bologna

Risposta ADUC
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